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Codice delle comunicazioni elettroniche. La FRT sul divieto di trasferimento delle frequenze: non si può ignorare situazione particolare italiana consolidatasi

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19/01/2012 09:43
 

Problematiche vecchie e nuove viste da chi non è nel settore.

Io non sono un editore televisivo, quindi esprimo un opinione da osservatore esterno. Se però dico che in passato la normativa del settore radiotelevisivo è stata una giungla in cui ognuno per molto rempo faceva i propri comodi non penso di aver detto qualcosa di sbagliato. In passato si è sempre invocata una normativa che potesse mettere un po' di ordine nel caos, ma per vari motivi si è dovuta attendere l'Europa e un cambio di tecnologia epocale. Ora si sta facendo ordine e c'è inevitabile discontinuità tra il passato e il presente. Le frequenze sono risorse pubbliche date in concessione. Se in passato erano occupate e vendute come fossero di proprietà esclusiva oggi non deve essere più così. I diritti acquisiti tramite gli investimenti passati sono stati riconosciuti con l'assegnazione gratuita di mux a chi già deteneva frequenze, regalando di fatto qualcosa che vale teoricamente 6 al posto di ciò che valeva 1. Io, se oggi volessi fare l'operatore di rete, semplicemente non potrei farlo accendendo o comprando una frequenza come in passato. Quindi ora le regole sono cambiate. L'investimento si fa sull'infrastruttura, ed è questa al limite che potà essere venduta. Io emittente, se un domani volessi smettere di essere operatore di rete, dovrei restituire la frequenza allo Stato. Semmai lo Stato, nell'assegnazione della frequenza a un nuovo operatore, dovrebbe garantire il più possibile la continuità di esercizio promuovendo presso il nuovo assegnatario l'acquisto delle infrastrutture già in essere dal vecchio gestore e se possibile anche in travaso di dipendenti dalla vecchia alla nuova realtà. Non è semplice, servono norme ben fatte, e serve farle e non lasciare i soliti "buchi" che per convenienza di alcuni non vengono mai sistemati.

Bruno

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