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DTT, dividendo esterno (61/69 UHF) ed interno (beauty contest): la "verità" secondo Mediaset
In una lunga lettera al Corriere della Sera il consigliere del CdA di Mediaset Gina Nieri ha esposto il punto di vista dell'azienda del premier Berlusconi sulle polemiche relative al cd. beauty contest, la procedura per l'attribuzione senza gara competitiva del dividendo interno.
"Caro direttore - scrive la Nieri in una lettera pubblicata ieri dal quotidiano - il dibattito sul cosiddetto «beauty contest» delle frequenze tv si è sviluppato finora in modo molto confuso e ispirato dalla solita logica pro o contro Berlusconi. Il primo fattore di confusione riguarda l' equiparazione tra l' assegnazione di frequenze agli operatori telefonici, vere e proprie aste al rialzo, e il cosiddetto beauty contest relativo ai multiplex digitali televisivi. In realtà si tratta di due partite completamente diverse. Cominciamo dal beauty contest che nelle polemiche alimentate sia da parte di esponenti politici che di organi di informazione è definito un «regalo» di frequenze tv. Non è così, perlomeno per quanto riguarda i broadcaster storici (diverso il discorso per i nuovi entranti, Sky Italia per esempio, per i quali il diritto d' uso delle frequenze, se verrà loro attribuito, sarà effettivamente gratuito). Da dove ha origine la vicenda? Dalla necessità dello Stato italiano di reperire frequenze da dedicare al digitale in vista dello stop all' analogico previsto dall' Ue. L' Italia infatti non aveva, a differenza degli altri Paesi, la disponibilità di asset frequenziali liberi da dedicare al digitale in quanto la presenza di oltre 500 tv locali, fenomeno unico al mondo, aveva generato l' occupazione totale delle frequenze disponibili. Con la legge 66 del 2001, il governo di Giuliano Amato scelse allora di velocizzare il processo spingendo gli operatori nazionali ad acquistare frequenze di tv locali fino all' effettiva introduzione del digitale. In poche parole, i broadcaster nazionali italiani pagarono di tasca propria la conversione al nuovo standard che, è bene ricordare, non fu una scelta di evoluzione imprenditoriale ma un costoso passaggio obbligatorio per legge. Così facendo i broadcaster hanno sopperito all' impossibilità dello Stato di organizzare con i propri mezzi la transizione al digitale. Negli Stati Uniti e nei maggiori Paesi europei, invece, lo Stato ha assegnato agli operatori senza alcun costo le frequenze necessarie allo switch off dell' analogico. In nessuna parte del mondo si sono quindi tenute aste per le frequenze digitali tv, al contrario di quanto sostiene chi, poco informato, invoca una «vendita a caro prezzo» anche per l' Italia. Di più: da noi i broadcaster commerciali storici hanno dovuto comprare sul mercato tutte le frequenze su cui operano. Mediaset negli anni ha acquisito tv locali per costruire il network Canale 5, rilevato Italia 1 dall' editore Rusconi, Retequattro da Mondadori, e per poter esercitare l' attività in digitale terrestre ha dovuto acquistare tre nuovi multiplex. L' investimento complessivo è stato di circa 1 miliardo di euro, a cui si aggiungono i canoni di concessione richiesti dallo Stato (nel nostro caso, 19 milioni di euro l' anno). Tuttavia, nel passaggio dall' analogico al digitale, Mediaset in cambio delle tre frequenze analogiche di Canale 5, Italia 1 e Retequattro otterrà dallo Stato a fine switch-off solo due multiplex digitali perdendo una delle frequenze storiche regolarmente comprata e pagata. Si potrebbe addirittura parlare di «esproprio» di un bene, il diritto d' uso delle frequenze, legalmente acquisito. Identico sacrificio è stato chiesto a Rai e Telecom Italia Media che hanno dovuto rinunciare a una frequenza ciascuno. Dove sono andate queste frequenze «requisite»? Ad alimentare la costituzione del cosiddetto «dividendo digitale» che oggi viene appunto riassegnato, per disposizione dell' Europa a chiusura dell' infrazione contestata all' Italia, con la procedura pubblica, equa e trasparente del beauty contest. Ed è sempre l' Europa ad aver stabilito che all' assegnazione potessero partecipare sia gli operatori storici sia i nuovi entranti italiani e stranieri come Newscorp con Sky Italia. Giusto a titolo di cronaca: in tutto questo percorso iniziato nel 2001 Silvio Berlusconi non c' entra niente. Completamente diversa è la genesi dell' asta per le compagnie telefoniche. Qui le frequenze pregiate oggetto dei rilanci sono quelle televisive, ripetiamo televisive, che grazie alla tecnologia digitale hanno aumentato la capacità trasmissiva creando nuovi spazi che, secondo le disposizioni della Commissione europea, gli Stati membri devono in parte cedere ai servizi di telefonia con procedure d' asta. E per le compagnie di tlc saranno risorse già pronte, visto che il traffico lo generano gli utenti, per esercitare un' attività di servizi a pagamento. Al contrario, nel caso della tv le frequenze sono solo la precondizione per iniziare l' attività, come fossero un nudo terreno totalmente da urbanizzare. Le emittenti devono poi investire pesantemente per produrre o acquistare contenuti, organizzarli in palinsesti, strutturare la raccolta della pubblicità. Ricapitolando. In un caso, le frequenze per le tv, si tratta di asset che i broadcaster storici hanno già abbondantemente pagato, riconsegnato in parte allo Stato e che ora potrebbero riottenere se il beauty contest avesse esito positivo. Nell' altro caso, le frequenze per le tlc, si tratta di un bene totalmente nuovo, sottratto al sistema televisivo, e pronto all' uso per nuove opportunità di business. Un' ultima osservazione riguarda il ruolo di servizio universale della tv gratuita. E' una garanzia per tutti i cittadini di un' offerta di qualità nell' informazione e nell' intrattenimento, un bene di democrazia che val la pena di difendere. I servizi che gli operatori telefonici offriranno sulle nuove frequenze saranno invece solo a pagamento", conclude Gina Nieri.
11/09/2011 21:14
 

DTT, Mediaset: tre tavolette e faccia di bronzo

Leggendo quanto scrive la signora Nieri verrebbe voglia, mossi a sincera compassione, di organizzare una raccolta di fondi per aiutare la povera Mediaset in questo triste e difficile momento sopratutto quando dice <Si potrebbe addirittura parlare di «esproprio» di un bene, il diritto d'uso delle frequenze, legalmente acquisito. Identico sacrificio è stato chiesto a Rai e Telecom Italia Media che hanno dovuto rinunciare a una frequenza ciascuno.>  Poveretti, dopo che hanno dovuto pagare a caro prezzo canali messi su da oltre 500 tra pizzaioli e compagnia cantante per costruire illuminanti reti generaliste, devono subire anche l'onta di vedere che qualcuno vorrebbe che pagassero le risorse del beauty contest che a loro spettano "aggratis" per concessione "divina". Ecchecaspita, loro i programmi mica li fanno pagare! Fanno pagare la pubblicità con fatture milionarie agli sponsor; se poi questi il costo delle campagne lo ricaricano sul prodotto e lo fanno pagare agli italiani poco importa, il principio che i loro programmi sono gratuiti è salvo, mica come i servizi dei telefonici! Ma, gentile signora, anche le locali ad un certo punto si sono strutturate e, nel loro piccolo, hanno dovuto acquisire, pagando soldi veri, canali, canalini e canaletti, ritrovandosi poi obbligati a traslocare in digitale nella fascia 61-69, nella quale non risulta che nessuno dei grandi "espropriati", nemmeno per ipotesi ci si sia ritrovato. Se poi questa fascia, per malasorte , è stata destinata alla vendita agli operatori telefonici con abbandono coatto dei canali, che colpa ne hanno i grandi player ? C'è chi nasce fortunato e chi no! Cara signora, se un giorno, malauguratamente, un governo scaturito da una nuova generazione di politici dovesse decidere che ogni lustro le frequenze, bene dello stato, debbano essere riassegnate a progetti editoriali nati con la sola forza delle idee e della creatività e, quasi sicuramente, ove non pensionata, si dovesse trovare a spasso non se ne dolga, non potendosi più esibire nel gioco delle tre tavolette,potrà sempre organizzare corsi gastronomici con specializzazione nella difficile arte di rivoltare la frittata.

Lettere di Mediaset a Corsera e riordino delle frequenze.

In questa lettera si afferma che Mediaset ha acquistato due TV a copertura nazionale (Rete4 e italia1) pagandole ad altri editori, e lo si fa passare come un'anomalia, come se io potessi andare in Germania, ad esempio, e richiedere gratis che mi venga donata una frequenza e tutta la struttura per trasmettere, il marchio, ecc. OK, Mediaset ha comprato due tv nazionali, e non essendo ben regolamentato il settore, si è ritrovata in eredità anche le frequenze che queste emittenti occupavano. Una sorta di auto-assegnazione dovuta alla pessima normativa che prevedeva più o meno di poter occupare una frequenza semplicemente accendendo un trasmettitore. Questo è il principio con cui sono nate le famose 500 tv locali: accendi e il canale diventa tuo. Però la stessa cosa è stata fatta anche da Mediaset dove c'erano canali liberi. Non dimentichiamo che le tre reti fininvest sono tv locali commerciali molto ingrassate nel tempo. Queste tre reti nazionali poi sono state più volte riconosciute eccessivamente dominanti, tanto che Rete 4 non ha avuto la concessione quando si è deciso di regolamentare un po' il settore, ma ha comunque trasmesso per anni in attesa di finire sul satellite o di trovare spazio grazie alle caratteristiche dei mux digitali. Le frequenze da convertire in digitale, se proprio si voleva mantenere il principio di 1 frequenza per concessione analogica= 1 frequenza digitale dovevano essere 2 per Mediaset. Ricordo poi che la legge obbligava anche le piccole emittenti locali a trasmettere un tot di ore in digitale terrestre, e molte di esse non avendo altre frequenze sfruttavano le ore notturne o molto coraggiosamente convertivano il loro canale principale (come ad esempio Telelibertà di Piacenza). Le grandi tv, per convenienza, comprarono invece nuove tv, locali e nazionali, per continuare a trasmettere in entrambe le modalità. E questo non è stato neppure un investimento a perdere poichè per ognuno dei nuovi mux costruiti (anche con coperture parziali) hanno ottenuto gratis altrettante frequenze nazionali. Ribadisco: quando Mediaset ha comprato Canale D, ha acquistato una società, delle strutture, un marchio... non già la frequenza su cui esercitava. Semmai ha pagato per il fatto che l'emittente poteva fornirgli una concessione che le avrebbe dato diritto ad un mux nazionale digitale. Se un domani Sky vorrà comprare un mux digitale dovrà pagarlo. La gara di bellezza è quindi un'eccezione imposta dalla UE, per permettere l'ingresso di soggetti che altrimenti non avrebbero potuto entrare nel mercato italiano. E non gli si regala certo una rete già chiavi in mano ma solo il diritto d'uso di una frequenza. Gli apparati e la società dovranno essere realizzati tramite un investimento che (come dimostrano emittenti nazionali non dominanti come ad esempio Retecapri) resta molto impegnativo a fronte di un mercato inflazionato da canali che possono permettersi di offrire un palinsesto di tutto rispetto anche solo usando repliche che giacciono nei loro archivi.

Bruno

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