Home
HomeRedazioneS.I.T.Archivio Newsletter NLArchivio S.I.T.PubblicitàLink utiliContatti
 
Notizie EditoriaNotizie Giurisprudenza e NormativaNotizie Radio e TVNotizie WebNotizie VarieRaccolta EditorialiSpeciali NL
DTT. Governo rinvia beauty contest; Travaglio ricostruisce fase oscura L. 223/90; Parenzo (Telelombardia) compra pagina su Corriere per protestare
Se mi torci un capello ti stacco la spina. Sembra essere questo, in sostanza, il succo del tipo di relazione instauratasi tra il nuovo governo Monti, impegnato nell’arduo ruolo di far ingurgitare agli italiani una pillola amarissima che Berlusconi aveva cosparso di miele per anni, e Mediaset che, nonostante il suo patron non sia più a Palazzo Chigi, continua a trattare il ministero come fosse un affare di famiglia.
O, tutt’al più, aziendale. E’ il 1991, ricorda Marco Travaglio (ieri sera su Servizio Pubblico). La legge Mammì ha appena aperto un varco per il consolidarsi del duopolio - che il futuro Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi rafforzerà fino a ergerlo a livello di postulato – che consente a Rai e Mediaset di spartirsi quasi il novanta per cento del mercato televisivo (e pubblicitario) italiano e ora occorre tracciare un piano di assegnazione delle frequenze nel sistema appena rivoluzionato. Un po’ come sta avvenendo oggi. Il direttore dell’azienda responsabile dell'elaborazione dei dati di censimento per la stesura del piano di assegnazione delle frequenze  (la Federal Trade Misure) su incarico del governo viene convocato da Galliani, che a sua volta fissa con Gianni Letta un incontro al Ministero delle Poste e Telecomunicazioni per spiegare al direttore come funziona la gestione. Letta non è il ministro, ma è come se lo fosse, e Mediaset non è al governo (né è il governo), ma è come se lo fosse. Questi si raccomanda che il dirigente segua alla lettera le indicazioni che l’azienda-governo gli avrebbe fornito circa la gestione delle frequenze. E’ il 1991, abbiamo detto, tre anni prima che iniziasse il ventennio berlusconiano in politica. Questo genere di storture, in vent’anni, non solo si sono istituzionalizzate, allargate, divenute prassi, ma hanno costituito un vero e proprio modus vivendi. Oggi si parla nuovamente di frequenze; Berlusconi non è al governo ma, così come nel 1991, la sua influenza, pure in maniera differente, continua a farsi sentire e a indirizzare le decisioni dell’esecutivo in materia televisiva. Un ritorno alle origini, perché in questi vent’anni Berlusconi si è occupato in massima parte di costruire scudi politici alle sue disavventure giudiziarie ma il Cavaliere delle origini, quello noto per aver creato la tv commerciale nazionale in Italia, dalla politica voleva trarre un solo e unico vantaggio ben definito: quello per le sue televisioni. Oggi al governo ci sono i tecnici, onesti, apolitici, sobri, sgombri da ogni genere di pregiudizio politico e umano , di cui invece erano pregni i loro predecessori, la gens berlusconiana. Questi signori stanno letteralmente prendendo a sprangate l’Italia, con il nobile obiettivo di risollevarla dalla situazione critica in cui versa. Però stanno anche creando le basi per un cambio radicale nel sistema politico-economico, e perché no anche sociale. Le liberalizzazioni ne sono un esempio. Per quanti anni Berlusconi le ha promesse? Era poi così difficile votarle e attuarle? Beh, forse un po’ sì, ma la sostanza non cambia: i tecnici vogliono che l’Italia evolva, che aspiri ad avvicinarsi agli esempi virtuosi delle democrazie mitteleuropee, Germania su tutti. Vogliono che il sistema Italia si libera dai giochi lobbistici, dicono, eppure devono confrontarsi giornalmente con una realtà diametralmente opposta. Berlusconi e Mediaset dettano ancora l’agenda del governo in materia televisiva, c’è poco da scherzare. Il Pdl ha il potere di staccare la spina a Monti, seppure Berlusconi abbia smentito pubblicamente questa eventualità negli ultimi giorni. E toccare le leggi ad personam emanate dal suo precedente governo è molto più difficile di quanto sembri. Anzitutto perché nei palazzi del potere, seppure i rappresentanti abbiamo cambiato nome, i faccendieri e gli intermediari sono rimasti gli stessi. Come fa allora Passera ad annullare lo scempio del beauty contest e a varare un’asta competitiva normale? Beh, più facile a dirsi che a farsi, ovviamente. Racconta ancora Travaglio che la ministra della Giustizia Severino fosse pochi giorni fa sul punto di rassegnare le dimissioni e che proprio Gianni Letta, la lunga mano dietro a ciascuno dei tre governi Berlusconi, l’abbia persuasa a restare in sella. Insomma, si può dire che i predecessori abbiano ancora un rapporto privilegiato con le stanze del potere e si può forse insinuare che, invece che una rottura, questo governo tecnico altro non sia che una sorta di cinghia di trasmissione tra due ere politiche caratterizzate dalla continuità piuttosto che dal suo contrario. E come farà Passera, quindi, a passare alla storia come l’uomo che ha riportato un po’ di sana concorrenza nel mercato televisivo italiano? Praticamente impossibile, almeno per ora. Il ministro ha rimandato di tre mesi la decisione sul concorso di bellezza: novanta giorni per far calmare le acque e decidere serenamente se far guadagnare allo Stato qualche miliardo di euro inimicandosi Berlusconi oppure lasciare che il duopolio televisivo si rafforzi sfruttando un patrimonio pubblico a costo zero. A dire il vero la vicenda è più intricata di ciò che sembri e potrebbe avere già una soluzione da leggersi tra le righe. Al termine di questi novanta giorni, infatti, se il governo decidesse di virare sull’asta competitiva e far saltare il beauty contest, il Pdl non potrebbe più sfiduciarlo e farlo cadere perché a fine aprile sarebbero già scaduti i termini per andare alle elezioni anticipate (il Parlamento deve essere sciolto tra i 45 e i 70 giorni che precedono le consultazioni), che si potrebbero tenere al massimo la prima o la seconda domenica di giugno. Niente possibilità di andare al voto né di sfiducia, quindi, e il parlamento dovrebbe accettare la decisione di Monti e Passera. Detto questo pare difficile ipotizzare che Berlusconi e i suoi vogliano correre questo rischio e sembra più immaginabile, invece, uno scenario in cui l’attuale esecutivo abbia già dato le rassicurazioni necessarie per far dormire sonni tranquilli al Cavaliere, che quindi può permettersi di rimandare al mittente le accuse di “mezza calzetta” mosse dal suo ex alleato e amico Umberto Bossi, che quotidianamente lo invita a far cadere Monti per andare alle urne. Il Cav, di per sé, non ha fretta di far votare gli italiani perché sa che ad oggi ne uscirebbe con le ossa rotte ma, al tempo stesso, ha bisogno di sentirsi rassicurato circa i suoi interessi televisivi. Monti e Passera, quindi, perderanno questa ghiotta occasione, nonostante il beauty contest e le frequenze siano diventate (grazie, in particolar modo, a Servizio Pubblico e qualche deputato che ha provato a farne un emendamento alle ultime leggi finanziarie) argomento di dibattito nazionale mainstream? I bookmakers scommetterebbero di sì, ma mai dire mai. Dall’altra parte della barricata, intanto, c’è un fitto fronte che si batte contro il beauty contest e di cui uno dei principali rappresentanti è Sandro Parenzo, patron di Mediapason, che edita Telelombardia e altre importanti reti locali nel Nord Italia. Parenzo è uno degli editori che sono stati espropriati dei propri canali, poi messi all’asta per il cosiddetto dividendo esterno, quello destinato alle telecomunicazioni e che ha fruttato un mucchio di quattrini allo Stato (oltre 4 miliardi di euro). Lui è anche uno di coloro che si battono affinché il dividendo interno venga messo all’asta e non regalato ai grandi broadcaster già dominanti sul mercato. Per esprimere la sua indignazione, l’editore ieri ha acquistato un’intera pagina sul Corriere della Sera, con un titolo provocatorio: “Chi vuol spegnere Telelombardia?”. L’editore ha accusato il governo di tradimento e annunciato che farà ricorso alla Corte Europea perché, dice nel corso di un’intervista sempre per il Corsera, “L'Italia queste cose strane le accetta, l'Europa no e ci darà ragione”. La ragione della sua ira risiede nella decisione del governo di tagliare e distribuire a pioggia i fondi destinati al risarcimento per le tv locali cui sono state sottratte le frequenze destinate alle tlc. Dai 400 milioni originari, infatti, si è passati a 175 e, invece che suddividerli in base alla grandezza dell’azienda, sono stati assegnati in parti eguali, a cinque milioni a editore. Per cui grandi network come quello di Parenzo, che dà lavoro a trecento persone, riceveranno gli stessi soldi destinati alle emittenti di parrocchia o, come dice lo stesso imprenditore, quelle “piccole televisioni dell'amico dell'assessore con due dipendenti quando va bene”. Queste ultime avranno fatto tredici al totocalcio, mentre quelle grosse, che magari hanno investito decine di milioni di euro in vista dell’arrivo del digitale, saranno ridotte sul lastrico. Insomma, per fare in modo che tutto resti com’è c’è bisogno che tutto cambi. Che cambino governi e che si rimodellino opinioni pubbliche, che cambino strategie politiche ed economiche, maggioranze parlamentari, alleanze. Eppure, su alcuni temi sembra che le cose siano destinate a non cambiare neanche di una virgola. Chi pensava che passato Berlusconi non ci sarebbero stati strascichi a storture strutturali, si sbagliava di grosso. Questo governo è incatenato alla maggioranza parlamentare che dipende dal Pdl e, forse ancor di più, alle strette relazioni che rappresentanti del governo passato hanno con quello attuale. Per il momento il sistema televisivo non si tocca: non è argomento che riguarda i tecnici, così come non ha riguardato i brevi governi di centro-sinistra che si sono alternati allo strapotere di Berlusconi negli ultimi due decenni. È un tabù. Eppure Monti, dalla Annunziata, quando parlava di regolamentare il mercato del lavoro, aveva sostenuto di muoversi sempre senza farsi condizionare da nessun tabù. Quasi da nessuno, Presidente, quasi. (G.C. per NL)
27/01/2012 17:46
 
NOTIZIE CORRELATE
Si delineano i contorni dell'operazione Mediaset-Retecapri con la quale il Biscione ha acquisito il canale 20 del digitale terrestre televisivo.
Seguendo un trend ormai consolidato che vede l'integrazione delle piattaforme distributive dei contenuti radiofonici anche sui device tv (smart e DTT) in considerazione che la maggioranza degli utenti non dispone più di apparati riceventi FM casalinghi (sicché la fruizione domestica del medium può avere luogo solo attraverso tv, pc o smartphone), Radio Sportiva sbarca sul digitale televisivo terrestre.
Sony approda sulla tv italiana free to air: è recente l’annuncio, infatti, del raggiungimento di un accordo con la TBS di Costantino Federico per la cessione degli lcn 45 e 55, qui quali probabilmente andranno Axn ed Axn Sci-Fi.
Secondo quanto riportato dal Sole24ore, Viacom Networks sarebbe intenzionata a riportare Mtv sul digitale terrestre. Il canale prescelto dovrebbe essere il numero 49, ora di proprietà del gruppo americano Scripps Networks, il quale intenderebbe spostare il proprio business sul LCN 33 (rilevato la scorsa estate dalla sfortunata Agon Channel).
Nessun cambio di orientamento della DGSCERP del Ministero dello Sviluppo Economico a riguardo dell’affitto di ramo d’azienda di un'autorizzazione di fornitura di servizi di media audiovisivi con annesso logical channel number (LCN).