Home
HomeRedazioneS.I.T.Archivio Newsletter NLArchivio S.I.T.PubblicitàLink utiliContatti
 
Notizie EditoriaNotizie Giurisprudenza e NormativaNotizie Radio e TVNotizie WebNotizie VarieRaccolta EditorialiSpeciali NL
Editoria, Feltri (Il Giornale), sospeso dall'Ordine, va a fare il manager
Quando ho firmato il contratto con il Giornale, un anno fa, avevo già preso  questo impegno. Non cambia niente”, assicura Vittorio Feltri in un'intervista  apparsa sul numero di sabato scorso del quotidiano economico ItaliaOggi.
A breve, infatti, il direttore del Giornale, richiamato alla base lo scorso  anno, dopo nove anni trascorsi a Libero (sua creatura), farà delle metaforiche valigie e lascerà il suo posto di direttore responsabile della testata  all'attuale condirettore Alessandro Sallusti, quello del “vada a farsi fottere” di D'Alema, durante una puntata di Ballarò, divenuto una hit del momento una manciata di mesi fa. Ma andiamo con ordine. Feltri ricopre, oggi, per contratto,  la carica di direttore responsabile del quotidiano berlusconiano, con tutte le beghe che questo ruolo comporta: oltre alle scelte circa la linea politica del  giornale, gli articoli e gli editoriali scritti di notte, il controllo del bilancio e i rapporti con l'editore, il controllo, serrato, sistematico, di tutta l'impaginazione del giornale, dalla a alla z, dai titoli di prima alla pagina del meteo. Sallusti, invece, ricopre la carica di condirettore, una sorta di aiutante, di scorta, del direttore plenipotenziario. La coppia non si è certo formata pochi mesi fa: già dai tempi di Libero, dagli esordi nel 2000, i due lavoravano insieme. Feltri era il direttore editoriale, con deleghe  sulla linea politica e cura delle attività manageriali del quotidiano, Sallusti era il direttore responsabile, dedito al lavoro sporco e al rapporto quotidiano con i colleghi giornalisti. Al Giornale, l'anno scorso, erano arrivati in vesti diverse (direttore responsabile e condirettore, appunto), ma ora le cose cambieranno. “Era già previsto”, assicura Feltri, ma il dubbio che la manovra sia stata decisa “a colazione, martedì 21 settembre”, a casa di Silvio Berlusconi, ad Arcore, per arginare il terremoto provocato dalla sua sospensione dall'Ordine dei giornalisti di Milano (in attesa che, sull'accaduto, si pronunci anche l'Ordine nazionale...), permane. Già, infatti, pochi giorni fa è arrivata la decisione dell'Ordine lombardo di sospendere Feltri per le calunnie pubblicate lo scorso anno ai danni dell'allora direttore di Avvenire, Dino Boffo. E proprio ora, salta fuori la notizia che il fedele
direttore aveva scelto, già un anno fa, di abbandonare le incombenze  giornalistiche di un direttore, per andare a fare il manager, la sua “vera  passione”. “Non c'entra neanche Fini”, assicura, ancora a ItaliaOggi. E al buon  giornalista del quotidiano, viene spontanea una domanda. “Con il cambio di direzione, al prima pagina continuerà ad occuparsi sempre e solo di Gianfranco Fini?”. “I titoli non dipendono dai giornalisti ma dalla realtà – è la risposta scontata di un vecchio lupo del giornalismo come Vittorio Feltri – Fini se ne  deve andare oppure deve spiegare tutto sulla vendita dell'appartamento a Montecarlo”. Come se la realtà italiana e i suoi problemi fossero legati a  questo. Lasciamo stare. Il fatto è, quindi, che da qui a pochi giorni, o settimane, Vittorio Feltri non sarà più direttore responsabile del Giornale.  “L'anno prossimo compio 68 anni – dice – e non sono Mandrake. Fare il direttore  responsabile significa occuparsi anche di quello che succede a pagina 37 o 41.  […] Ho con me uno come Sallusti a cui delego volentieri la direzione responsabile. Comunque non è che mi trasferisco in cantina. Resto nel mio ufficio. E quando Sallusti ha bisogno di un consiglio, sono qui”. Per quanto  riguarda il contratto, poi,verrebbe interrotto quello giornalistico (che, ad ogni modo, non potrebbe sussistere in caso di radiazione dall'albo), e firmato  uno da manager. Per quanto concerne Sallusti, uomo di fiducia di Feltri, la sua fama non è mai  stata nazionale, se non tra gli addetti ai lavori. Ha lavorato al Giornale con Montanelli, che lo aveva definito “uno stronzo”, quando questi nel 1987 aveva deciso di sbattergli la porta in faccia e andarsene al Messaggero. Poi aveva  collaborato con il Corriere della Sera, l'Avvenire, il Gazzettino di Venezia, fino alla direzione editoriale, durata pochi mesi, all'Ordine di Como, prima di  tornare all'ovile, nel suo ufficio di Piazza Cavour, a Milano, dove lo attendeva Vittorio Feltri e il suo ufficio rimasto inaccessibile durante la sua  assenza. Ora gli tocca la direzione del Giornale, ma la musica non cambierà, ne siamo certi. L'ha confermato anche Feltri: continuerà a dirigerla lui. (G.C. per NL)
27/09/2010 12:12
 
NOTIZIE CORRELATE
Lo scorso 17 marzo il consiglio dei Ministri ha approvato in via preliminare il decreto legislativo “che prevede disposizioni per l’incremento dei requisiti e la ridefinizione dei criteri per l’accesso ai trattamenti di pensione di vecchiaia anticipata dei giornalisti e per il riconoscimento degli stati di crisi delle imprese editrici, in attuazione della legge 26 ottobre 2016, n. 198” (Comunicato stampa ufficiale del Consiglio dei Ministri).
La “ricongiunzione” consente – a chi ha versato contributi in gestioni previdenziali diverse – di accentrare tutti i periodi assicurativi presso un unico ente, al fine di ottenere un’unica pensione. Le contribuzioni sono materialmente trasferite da ente ad ente.
Esiste ancora, nell’ambito giornalistico, una disparità di trattamento retributivo legata al genere di appartenenza. Questo, almeno, è il dato evidenziato da un articolo pubblicato sul sito di INPGI notizie intitolato “8 marzo/Le giornaliste continuano ad essere penalizzate”.
Le novità in tema di pensioni per i giornalisti non finiscono con la riforma dell’Inpgi: dal 1 gennaio 2017 è in vigore il cumulo gratuito dei contributi.
Approvata la nuova riforma pensionistica per l’Inpgi, ma non cessano le voci di protesta e i timori sul futuro dell’Istituto. La riforma, che ha ricevuto il placet di Ministero del Lavoro e Ministero dell’Economia, si è resa necessaria perché i conti in rosso dell’ente ne facevano presagire, nel giro di pochi anni, la chiusura o l’assorbimento nella cassa Inps.