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Giornalisti. INPGI: giornaliste donne meno pagate dei colleghi uomini

Esiste ancora, nell’ambito giornalistico, una disparità di trattamento retributivo legata al genere di appartenenza. Questo, almeno, è il dato evidenziato da un articolo pubblicato sul sito di INPGI notizie intitolato “8 marzo/Le giornaliste continuano ad essere penalizzate”.
Nel 2016, infatti, le giornaliste dipendenti hanno guadagnato meno rispetto ai colleghi uomini, mentre quelle assunte con un contratto co.co.co (Collaboratori coordinati e continuativi) percepiscono in media più di questi ultimi. Secondo i dati aggiornati al 16/02/17, questi sono i numeri che evidenziano la disparità in termini di salario: il reddito medio delle giornaliste, nell’arco del 2016, è stato pari a 52.158 euro, quello di un collega uomo 66.092 euro. I dati, invece, divisi per fasce di età sono i seguenti: 75.976 euro, in termini di reddito medio, per giornaliste tra i 56 e i 60 anni contro 92.287 euro di reddito medio dei colleghi uomini; giornaliste tra i 41 e i 45 anni hanno registrato uno stipendio annuale di euro 45.649 a differenza dei giornalisti uomini che risultano averne avuto uno pari a 51.707 euro; lieve invece la differenza salariale nella fascia di età più bassa, quella al di sotto dei 30 anni di età, nella quale una donna percepisce una busta paga media di euro 19.198 mentre un collega maschio una di euro 19.953. Diversa la situazione delle giornaliste assunte con contratto co.co.co che, invece, guadagnano in media di più dei colleghi maschi (evidenziando però una differenza in termini di tipologia di lavoro): esse, nel 2016, hanno registrato una retribuzione media pari a 9.193 euro contro gli 8.287 euro guadagnati dai colleghi di sesso opposto. Il fenomeno non ha a che fare solo con il Belpaese ma anche, ad esempio, con gli Stati Uniti: il Wall Street Journal sembra essere famoso per le sue discriminazioni salariali per differenza, non solo di genere, ma anche per etnia. Stando a quanto riportato in un articolo pubblicato lo scorso marzo sul sito di Huffington Post (le cui fonti non sono reperibili), in un rapporto edito dal sindacato interno dei giornalisti, il giornale americano pare abbia imposto ai dipendenti di sesso femminile e di pelle nera trattamenti salariali diversi rispetto agli altri dipendenti del giornale; se un dipendente maschio bianco guadagna mediamente 1773 dollari, una dipendente donna bianca ne guadagna 1497. La situazione peggiora se si tratta di un dipendente di colore: il suo guadagno medio è di 1227 dollari, mentre quello di una donna nera è di 1141 dollari (il dossier ha analizzato l’andamento dei salari del WSJ in un lasso di tempo che va dal 1991 in poi). Tuttavia, Will Lewis (responsabile esecutivo dell'editore del quotidiano finanziario, la Dow Jones Company) così si espresse in merito alla situazione: "Qualsiasi disparità relativa alla razza o al genere di un dipendente è preoccupante e non in linea con gli standard che cerco di mantenere alla Dow Jones. Dobbiamo urgentemente rimediare”. Anche perché, sul sito della Dow Jones & Company, nella sezione “Pari opportunità”, si può leggere il documento relativo alla legge EEO (Equal Employment Opportunity – Pari opportunità di occupazione e nel lavoro), secondo la quale “Oltre alla discriminazione fondata sul sesso vietata dal titolo VII del Civil Rights Act, l'Equal Pay Act del 1963 vieta la discriminazione sessuale nel pagamento dei salari per le donne e gli uomini che svolgono sostanzialmente lo stesso lavoro, in lavori che richiedono la stessa abilità, impegno e responsabilità, al di sotto delle stesse condizioni lavorative, nello stesso stabilimento”. Il tema, per quanto possa sembrare superato, è ancora fortemente attuale e dibattuto. Persino il Papa, come si legge in un articolo pubblicato su Il Messaggero, nel 2015, espresse una propria opinione a riguardo: “Come cristiani dobbiamo diventare più esigenti, per esempio sostenere il diritto alla eguale retribuzione per eguale lavoro. Perché si dà per scontato che le donne devono guadagnare meno dell'uomo? La disparità è un puro scandalo”, riflettendo in linea generale sul fenomeno. E ancora (rientrando nei confini del mondo giornalistico) il tema viene ripreso e affrontato in un libro di Sabrina Scampini (giornalista e conduttrice tv) “Perché le donne valgono, anche se guadagnano meno degli uomini” di Cairo Editore, pubblicato nel 2016, che riflette su quanto ancora ci sia da lottare per ottenere la cosiddetta parità di diritti tra uomo e donna. “Mancano 118 anni al giorno in cui uomini e donne raggiungeranno la parità. È un po’ come sapere che nel 2550 si potrà vivere per sempre in un’altra galassia”; queste le prime frasi con cui il libro invita il lettore a ragionare sulla questione. Non resta quindi che sperare che la Scampini abbia commesso un errore di valutazione. Nel frattempo, si attende l’8 marzo, giorno in cui si festeggia “La giornata internazionale della donna”, meglio conosciuta come “Festa della donna” (per la quale è previsto oltretutto uno sciopero “di solidarietà”), grazie alla quale si commemorano le conquiste sociali, politiche ed economiche del gentil sesso, sia le discriminazioni e le violenze cui è stato oggetto in passato e ancora oggi, in tutte le parti del mondo. In onore della celebrazione, è stato indetto uno sciopero nazionale del trasporto pubblico promosso, come si legge da un articolo de “Il Fatto Quotidiano”, dal sito “Non una di meno” contro la violenza sulle donne, avente come slogan “Se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo!”. (L.M. per NL)
07/03/2017 18:02
 
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