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Radio, contributi. Non ce n'è per nessuno. Tranne che per Radio Radicale
Ci eravamo lasciati con un arrivederci al 2011. In un articolo apparso sulle pagine di questo periodico il 4 gennaio di quest’anno, infatti, già quasi un anno fa, avevamo segnalato il malfunzionamento delle norme che regolano la trasmissione delle sedute parlamentari.
Dal 1998, infatti, in virtù della legge 224 di quell'anno, gli italiani contribuiscono di tasca propria a un doppio (e inutile) finanziamento per emittenti incaricate di mandare on air le discussioni di Camera e Senato. Un anno è passato e il Decreto Milleproroghe, nonostante i tagli distribuiti qua e là e la mazzata di 45 milioni di euro sottratti all’emittenza locale, non ha cancellato questo paradosso. Con buona pace di Romani, che lo aveva annunciato addirittura nel 2008. La situazione è la seguente. Radio Radicale è un caso unico, in Italia e forse nel mondo. La piccola emittente battagliera del piccolo Partito Radicale nacque a Roma alla fine del 1975 come voce del movimento politico e presto evolvette come radio nazionale interconnessa (fu forse la prima, in tal senso). Più volte in crisi, sul lastrico, prossima alla chiusura, l’emittente è riuscita sempre a salvarsi grazie a interventi politici. Nell’81 aveva iniziato, di sua sponte e senza alcun finanziamento statale, a fare servizio pubblico, inaugurando con il processo “7 aprile” – in cui era imputato Toni Negri - la stagione dei grandi processi per radio, proseguita poi con il processo a Enzo Tortora e con le prime trasmissioni di sedute parlamentari. Nell’86 era a un passo dalla chiusura, con Pannella, impegnato nella sua proverbiale e atavica opera di piagnoneria, che invitava i telespettatori a telefonare in studio per dire la loro circa la probabile chiusura. Ne nacque un esperimento socio-mediale unico nel suo genere: Radio parolaccia. I contenuti degli interventi lasciati sulla segreteria telefonica furono mandati in onda in versione integrale, senza tagli (se non nei primissimi giorni, poi niente più), come cruda testimonianza di libertà totale e provocazione. Ciò che ne uscì fuori fu un ritratto balordo dell’Italia creata dai partiti della Prima Repubblica. Nell’87 giunse, come una manna dal cielo, la legge 67 del 25 febbraio, emanata dal Governo Craxi che, rinnovando e modificando l’analogo provvedimento del 1981, garantì l’elargizione di fondi pubblici per gli organi di partito, sia radiotelevisivi che di stampa. In questo modo Radio Radicale, organo del Partito Radicale, riuscì a sopravvivere. Nel 1993, però, nonostante le provvidenze, la radio fu di nuovo sull’orlo del baratro, salvata, questa volta, dal Governo Ciampi, che dovette vedersela con l’impasse riguardante la trasmissione delle sedute parlamentari, che Radio Radicale effettuava da oltre quindici anni sostanzialmente gratis. La “Legge Mammì” aveva assegnato alla Rai il diritto a fornire questo servizio, ma la tv pubblica non aveva ancora provveduto a far partire le trasmissioni. Ciampi allora stabilì che i lavori di Camera e Senato dovessero essere trasmessi da un concessionario privato, da scegliere al termine di una gara d’appalto cui, l’anno successivo, si presentò solo l’emittente pannelliana. A quel punto, però, il conflitto d’interessi divenne palese: Radio Radicale, organo del Pr, riceveva dallo Stato – caso unico – un doppio finanziamento. Forniva e veniva pagato, allo stesso tempo, per un duplice servizio: pubblico, a tutti gli italiani, e privato, al Partito Radicale. Nel 1998, poi, la stazione divenne un caso nazionale. Quell’anno si sarebbe dovuta rinnovare la concessione e l’allora governo di centro-sinistra non intendeva farlo,  volendo che la RAI divenisse l’unica concessionaria dei lavori parlamentari. Il Parlamento, però, sulla spinta popolare di un folto gruppo di uomini di cultura, insisteva perché la convenzione con la radio dei radicali venisse rinnovata. Il 14 gennaio venne quindi presentata al Senato una mozione a favore dell’emittente, recante la firma di molti senatori, due presidenti emeriti della Repubblica, due ex presidenti del Consiglio, ben otto ex presidenti della Corte Costituzionale. Il 9 febbraio partirono le trasmissioni della nuova radio parlamentare della RAI - la tecnicamente disastrosa GR Parlamento (con frequenze, spesso di pessima qualità, acquistate, non raramente a prezzi superiori a quelli di mercato, dai privati) - tra le proteste non violente dei radicali: scioperi della fame, della sete, sit-in davanti a Palazzo Chigi. L’11 giugno arrivò il compromesso all’italiana: la convenzione a Radio Radicale venne rinnovata per tre anni e GR Parlamento continuò a trasmettere con le frequenze a mezza copertura acquistate fino ad allora. La convenzione fu, poi, rinnovata, nel 2001, nel 2004 e nel 2006. A fine 2009, però, si era tornati a parlarne. Il Milleproroghe dello scorso anno, infatti, a seguito delle pressioni dei parlamentari radicali eletti alla Camera e al Senato nelle file del Pd, aveva avallato un nuovo accordo, questa volta biennale, dei finanziamenti pubblici all’emittente. Il decreto prevedeva 9,9 milioni di euro annui da versare direttamente dalle casse dello Stato a quelle del Centro di Produzione spa (che edita la radio) e che andavano ad aggiungersi ai 4,5 milioni già spettanti nel quadro delle provvidenze per l’editoria (oggi soppresse). Questo nonostante Romani si fosse ostinato – chissà perché – a sostenere che, in ossequio alla dovute riduzioni della spesa pubblica, la RAI sarebbe dovuta divenire l’unica convenzionata per le sedute del Parlamento. Nonostante l’apparente vittoria, però, i radicali e la redazione di Radio Radicale avevano lamentato la riduzione dell’accordo con lo Stato, passato da tre a due anni. Cosa che avrebbe impedito, a parer loro, una degna programmazione degli investimenti (come se le altre emittenti disponessero di introiti pianificati per gli anni a venire). Fatto sta, però, che nonostante il ruolo di outsider politico e parlamentare, Pannellone riesce sempre a spuntarla; mentre gli altri attori della disputa cadono sul campo di battaglia, l’ottantenne leader col codino riesce immancabilmente a convincere politici e burocrati e dare linfa alla sua emittente. Divenuta, oramai e peraltro, l’unica cassa di risonanza del Pannella-pensiero. Il Milleproroghe di quest’anno, infine, ha rinnovato di un altro anno l’accordo con l’emittente. Per il 2012, infatti, Radio Radicale percepirà dallo Stato 10,2 milioni di euro di finanziamenti. Continuando a costituire un caso unico nel panorama italiano (di quelli che oggi è di moda chiamare “ad personam”), nonostante Pannella continui a gridare – quando ne ha la possibilità – al golpe mediatico contro di lui. (G.C. per NL)
23/12/2010 18:20
 
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