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Radio. La follia digitale (terrestre)

Vic Johnson diceva che, nella vita, non ci sono errori, ma solo lezioni. Lezioni che le radio locali (o almeno una parte di esse) sembrano disattendere, apprestandosi a scrivere un pericolosissimo capitolo della loro esistenza. Forse l’ultimo, se le cose andranno come sono andate per la televisione.
Il digitale terrestre tv, salutato da incauti e superficiali editori come la panacea di mali tecnico-editoriali che la cura ha aggravato anziché lenire, ha travolto le tv locali. Sul piano giuridico, col passaggio dal regime concessorio a quello autorizzatorio, le emittenti hanno accettato un livello inferiore di tutela amministrativa, esponendosi a facili revoche di provvedimenti ministeriali che hanno condotto alla disastrosa situazione attuale, con continue riscritture di infinite graduatorie costantemente revisionate dai giudici amministrativi lungo una storia incessante di costante riduzione del parco frequenze per far posto alla banda larga mobile (ubi maior minor cessat). Favorendo la dissennata equivalenza di un canale analogico con un mux digitale, hanno fatto il gioco dei grandi player nazionali, ricevendo in cambio capacità trasmissiva invendibile (e infatti invenduta), ma, per contro, concedendo la moltiplicazione di competitor sul piano contenutistico (da 600 a oltre 3500) su un mercato che, a stento, sosteneva l’esistente analogico. I cantastorie che inneggiavano per i loro uditori ad un ricco futuro quali facoltosi trasportatori di contenuti altrui – che, a loro dire, avrebbero fatto le fila fuori dalla porta - sono scappati a gambe levate e, secondo l’italica tendenza, trasformano ora le originarie dichiarazioni, osservando come il recente listino Agcom sulla capacità trasmissiva DTT per i provider locali non lasci spazio a speranze di un futuro concreto (d’altra parte, lo scriviamo da tempo, in Italia ci sarà presto spazio solo per una cinquantina di operatori di rete regionali dotati di grande risorse tecnico-economiche in grado di reggere il mercato attraverso l’economia di scala). Ora, con la radio, i medesimi incantatori stanno tentando di convincere gl’imprudenti che il futuro digitale sarà diverso da quello già scritto: secondo costoro, l’avvicendamento tecnologico passerà dall’ennesima revisione del datatissimo DAB-T, operando su insufficienti frequenze d’incerta definizione e di sicura modificazione (per far posto agli sfrattati di turno dalle più appetibili frequenze da dedicare allo sviluppo del web senza fili), senza plusvalore per i peraltro disinteressati ascoltatori (e produttori di ricevitori). In un momento in cui le soluzioni IP stanno galoppando e la fruizione della radio FM attraverso il web sta diventando veramente significativa, destinare risorse economiche ad una tecnologia obsoleta e senza speranza, anziché concentrare l’attenzione sui contenuti (l’unico terreno su cui si combatterà la battaglia per la distinzione tra gli editori), non è strategia, ma follia pura. L’esperienza televisiva dimostra che l’avvicendamento digitale deve avere luogo: 1) attraverso tecnologie certe, senza passaggi eccessivamente traumatici; 2) senza abdicazione alcuna al regime autorizzativo attuale; 3) privilegiando l’esistente nella direzione della valorizzazione dei contenuti; 4) con la consapevolezza che l’attività di carry non deve essere il core business (perché mai potrà esserlo in un futuro webcentrico); 5) preservando ogni struttura diffusiva in modulazione di frequenza, che dovrà essere abbandonata solo ed esclusivamente per morte naturale (quindi contrastando qualsiasi ipotesi di scellerato switch-off). (M.L. per NL)
02/12/2015 14:18
 
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