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Radio. USA: i millenials preferiscono lo streaming alla radio

I giovani preferiscono i servizi di streaming online alla radio per ascoltare musica: questo è quello che emerge dai dati elaborati dalla Music Business Association in collaborazione con l’agenzia di analisi dati Loop.
Secondo quanto risultato dalla ricerca, basata su un campione di oltre 3mila intervistati nel mercato statunitense, il 51% del tempo di ascolto dei così detti millenials (ovvero soggetti di età compresa fra i 15 e i 19 anni) si concentra sullo streaming online mentre appena il 12% è dedicato alla radio tradizionale. Il fatto che, nelle altre fasce di età, il 35% del tempo di ascolto sia dedicato invece alla radio, contro il 24% allo streaming, sottolinea una profonda differenza generazionale, tenendo ovviamente presente il ritardo che in genere ha l’Europa rispetto agli USA nello sviluppo di queste tendenze. Prima di mettersi le mani nei capelli, tuttavia, c’è un altro dato importante del quale tenere conto, ovvero il mezzo di fruizione: il 41% dei millenials ascolta musica tramite smartphone, contro una media nazionale del 18%; in pratica, quasi la metà dei giovani ascolta musica su dispositivi che, almeno nella maggior parte dei casi, non sono adibiti alla ricezione dei segnali FM, che sono ancora il mezzo predominante nel settore radiofonico, un fattore che potrebbe facilmente spingere l’utenza verso i servizi di streaming con abbonamento come Spotify. Una delle difficoltà che emerge da questo quadro è la progressiva perdita, da parte della radio, del potere promozionale che ne faceva la fortuna in passato; questo avviene a causa del fatto che i servizi di streaming online, che riescono progressivamente a fare sempre maggior presa sugli ascoltatori, investono molto nella music discovery proponendo nuovi prodotti all’ascoltatore, come fa ad esempio la playlist Discovery Weekly di Spotify. Si tratta di una logica non troppo dissimile da quella portata da Netflix nel SVOD che, in base a quanto l’utente ha visto in passato, suggerisce nuovi prodotti che potrebbero interessare, una logica che da ancora più tempo esiste nel mondo del videogaming o dell’e-commerce. La fonte del problema per le radio sembra essere più che altro quello di aver perso due appuntamenti importanti: l’attenzione che l’utenza, in svariati ambiti della fruizione di contenuti, ha iniziato a mostrare verso l’on demand e il cambiamento dei mezzi di fruizione; sarebbe opportuno, per gli operatori radiofonici, iniziare a confrontare i propri ascolti non solo con se stessi, ma anche con i concorrenti esterni, che operano in modo di verso ma nello stesso ambiente competitivo. Infine, la radio non può continuare a essere identica a com’era nel secolo scorso, sia per metodi di trasmissione che per contenuti prodotti; se è vero che la radio si ascolta principalmente in auto, è anche vero che qualsiasi auto ormai offre la possibilità di collegare il proprio smartphone con Spotify all’impianto stereo e la cosa potrà solo diventare più grande con l’arrivo delle connected cars. Inoltre, l’on demand non si può più ignorare, come del resto già hanno recepito le televisioni, e non si può nemmeno ignorare che gli strumenti (gli smartphone) utilizzati per fruire il loro ambito di contenuti (quelli audio/musicali) non supportano il principale canale di trasmissione da loro utilizzato (FM); la web radio potrebbe offrire una dimensione risolutiva da questo punto di vista anche se da sola non basta, come dimostra il caso Pandora negli USA, un servizio web radio che ha un ruolo molto influente oltreoceano e che non ha un suo pari nel vecchio continente. Di nuovo, gli Stati Uniti sono ormai da anni all’avanguardia nelle tendenze sulle modalità di consumo nei settori dei media ma, anche se ancora l’Italia non è entrata pienamente in questa realtà, sarebbe bene analizzarla in anticipo per costruire le dovute precauzioni. (E.V. per NL)
18/07/2016 14:28
 
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