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Storia della radiotelevisione italiana. Le esperienze di syndication degli USA come esempio delle prime iniziative in Italia
Negli Stati Uniti programmi locali e nazionali sono da sempre fenomeni complementari: quasi tutte le dodicimila radio americane via etere hanno, infatti, marchi locali e raramente possono essere ascoltate al di fuori della singola città o contea.
Egualmente, tuttavia, la pressoché totalità delle emittenti statunitensi irradia anche programmi realizzati da broadcaster o produttori nazionali (cd. “network” o “syndicator”), trasferendo anche sul medium radiofonico (ma in generale su tutti i media) quel sistema federale così profondamente innestato nel contesto socioculturale americano. Va detto che, a differenza che in Europa, negli USA il monopolio dell’attività di radiodiffusione sonora in capo allo Stato è un fenomeno sconosciuto: alla fine della Seconda guerra mondiale i quattro broadcaster nazionali (CBS, NBC, ABC e Mutual) si spartivano il 50% dell’ascolto complessivo. Pur controllando direttamente meno del 5% delle circa 900 stazioni attive sul territorio degli Stati Uniti, infatti, producevano, per quasi tutte, programmi attraverso la formula del barter : pubblicità in cambio di programmi (nella quale essa era inserita). La motivazione della comparsa di tale fenomeno (il rapporto giuridico sottostante fu definito “syndication” ) è chiara: per le piccole emittenti locali era impossibile produrre programmi d’elevato appeal commerciale e editoriale, soprattutto se condotti da personaggi di spicco a livello nazionale (innanzi tutto nel caso dei famosi “Show” e “Quiz”, ma anche per i costosi notiziari che imponevano una rete di corrispondenti, insostenibile per le stazioni locali). Per i colossi radiotelevisivi di New York, Chicago o Los Angeles era, invece, una semplice questione d’economia di scala: producendo programmi che sarebbero stati diffusi pressoché gratuitamente dalle stazioni affiliate nell’intera federazione, l’investimento andava indirizzato unicamente sull’attività produttiva (e non diffusiva), la quale veniva ampiamente ripagata dalla vendita degli spazi pubblicitari che la stazione madre teneva integralmente per sè (fatto salvo qualche affiliato di spicco, al quale veniva retroceduta una quota in considerazione dell’importanza dell’area illuminata, degli indici di ascolto o della difficoltà di trovare partner alternativi). In quegli anni, i programmi erano distribuiti dalle sedi centrali alle emittenti affiliate, attraverso il cavo telefonico AT&T , che le ritrasmettevano unitamente agli inserti commerciali nazionali, godendo degli spazi locali che il collegamento con il produttore consentiva (cd. “splittaggio”), per i quali la commercializzazione era decisamente più semplice rispetto ad una trasmissione locale, che i limiti mezzi della radio areale avrebbero consentito di produrre. Ciò, almeno, fino al 1950, quando la diffusione su larga scala della televisione mandò in crisi il sistema così come composto e descritto. L’impatto del medium televisivo su quello radiofonico (che lo aveva sottovalutato) fu così devastante che, in pochi anni, i grandi show radiofonici registrarono perdite d’ascolto abissali, con la conseguenza che le stazioni affiliate ai grandi network presero a produrre programmi autonomi costatando il calo d’audience rilevante delle trasmissioni nazionali. Sopravvissero solo programmi d’informazione (per le ragioni economiche anzidette) e di sport (per le dirette nazionali). Per un’idea dell’emorragia, si pensi che nel 1965 meno di 1.000 delle 5.300 stazioni radio esistenti trasmettevano quote di programmi in syndication. Naturale quindi che la conversione del palinsesto passasse in una maggiore destinazione del tempo alla musica, meglio se specializzata, individuando un segmento di riferimento (rock, jazz, soul, country, ecc.). La crisi dei colossi radiofonici americani terminò sul finire degli anni ’60, grazie ad un’intuizione di mercato di uno di loro: il network ABC che comprese la necessità di specializzare la propria offerta frammentandola in più linee editoriali. Il successo dell’iniziativa fu tale, che, ben presto, i competitori CBS, NBC e Mutual si adeguarono alla nuova formula editoriale e commerciale, proponendo prodotti analoghi o in ogni caso in linea con l’intuizione di ABC. La dicotomia nazionale e locale in ambiente radiofonico riprese quindi piede: per tutti gli anni ’70 il fenomeno dei network radiofonici registrò un’ampia ripresa, tanto che, nel 1981, la Federal Communications Commission dispose la liberalizzazione dei programmi, facendo decadere l’obbligo alla trasmissione dei notiziari ed informazioni di servizio e quindi consentendo una maggiore elasticità dei palinsesti delle emittenti specializzate . Il fenomeno della syndication si sviluppò ulteriormente con l’accesso agli strumenti di telecomunicazione satellitare che consentivano di migliorare la qualità audio della distribuzione dei programmi rispetto all’ormai obsoleto cavo telefonico analogico e di ridurre contemporaneamente gli elevati costi d’instradamento. Oggi la tendenza è confermata, anche se l’abrogazione delle rigide norme antitrust che impedivano ai broadcaster nazionali di detenere il controllo di più di 7 stazioni in modulazione di frequenza (FM) e di 7 in modulazione d’ampiezza (AM) ha determinato progressivi fenomeni di concentrazione.  Come dicevamo in apertura di questo articolo, l’assenza di un regime di monopolio statale nelle attività di radiodiffusione sonora e televisiva ha certamente favorito negli USA la nascita e lo sviluppo dell’attività delle syndication e dei network. Viceversa, in Europa, la relativamente giovane età del libero mercato radiotelevisivo determinò una presa d’atto dell’esposto meccanismo editoriale-commerciale più recente. Ciò valse, in modo particolare, per l’Italia che, negli anni di cui stiamo discutendo, era agli albori del pluralismo imprenditoriale nel settore radiotelevisivo. In verità, già nella tarda seconda metà degli anni ’70 furono tentati in Italia dei rapporti di syndication sul modello americano, quali furono le catene d’emittenti accomunate dal marchio “Radio In” , Radio Elle e (soprattutto) “Radio Luna” , tutte e tre organizzate con centri di produzione in Roma che distribuivano attraverso supporti magnetici preregistrati (le cd. “bobine” o “pizze”) inviate con corriere (o via posta) a circuiti d’emittenti composti tra le quaranta e le ottanta unità, dislocate in maniera invero poco uniforme lungo la Penisola, programmi con pubblicità nazionale preinserita da irradiare in giorni ed orari prestabiliti. Tuttavia, la descritta impossibilità di aggirare il vincolo giuridico della trasmissione in diretta limitava di molto lo sviluppo imprenditoriale di tale procedimento ed il conseguimento di livelli d’audience rilevanti al punto da poter negoziare contratti pubblicitari nazionali di una certa entità. Il problema, tra la fine degli anni ’70 ed i primi anni ’80, non era, invero, solo di natura giuridica (divieto d’installazione di ponti radio per l’interconnessione eccedenti l’ambito locale) e tecnica (costi d’installazione e di gestione della dorsale di collegamento), ma anche (e soprattutto) d’immaturità del mercato della radiofonia privata, che non garantiva (ancora) sufficiente stabilità per una pianificazione di quegli investimenti nel lungo periodo che simili progetti inevitabilmente avrebbero imposto. Si stava, in quel periodo, faticosamente uscendo dalla fase sperimentale, anarchica, disordinata ed improvvisata dell’euforia postmonopolistica, per entrare in un periodo di presa di coscienza economica e politica. Il 3 luglio 1976, all’alba della sentenza 202/1976 della Corte costituzionale, il quotidiano La Repubblica informava che gli editori Rusconi e Rizzoli sarebbero già stati “pronti a partire con una catena di radio”, tanto che stavano “facendo riunioni di tecnici ed approntando attrezzature e uffici pubblicità”. Metteva in guardia il giornale: “A questo punto, ogni ritardo nel regolare la materia può essere estremamente pericoloso”. Ma si trattava di progetti sulla carta, poco più che manifestazioni d’intenti probabilmente finalizzate a testare l’impatto politico delle dichiarazioni rese; l’embrione di una rete nazionale interconnessa andava probabilmente ricercato altrove. Secondo alcuni esperti del settore, il primo tentativo d’interconnessione in ambito radiofonico sarebbe da far risalire al gennaio/febbraio 1977, allorquando la milanese Radio Popolare, la bolognese Radio Alice e la romana Radio Città Futura (emittenti accomunate da una matrice politica fortemente di sinistra) presero a collegarsi via telefono scambiandosi reciprochi programmi (sinergia ampliata anche a programmi preregistrati su cassetta). Si trattava, tuttavia, di collegamenti non strutturati, difficili da qualificare come un vero e proprio network nell’accezione tipica del termine. Già un anno dopo la sua nascita, avvenuta a Roma il 26 febbraio 1975, Radio Radicale (emanazione del partito omonimo) prese a collegarsi in maniera via via più stabile e per orari della giornata sempre più estesi con iniziative radiofoniche locali distribuite presso le più grandi città del territorio italiano create o rilevate ad hoc da militanti del partito. Sul finire del 1979, già 12 città italiane erano collegate con la sede principale di Roma della stazione radio politica. Curiosa la tecnica d’affiliazione adottata dal direttore, Paolo Vigevano, definita dalla rivista Millecanali “da guerrigliero”: in occasioni elettorali, l’emittente capofila affittava letteralmente, per due o tre settimane, studi ed attrezzature di una stazione locale medio-piccola, potenziandone la diffusione. In contemporanea a ciò, gli esponenti radicali locali promuovevano raccolte di fondi, con i quali rilevavano la radio stessa o, quando possibile, ne fondavano una nuova. La portata rivoluzionaria dell'impresa Radio Radicale fu grande nel momento in cui essa iniziò a trasmettere sulle proprie frequenze il segnale di radio-aula diffuso all'interno della Camera. Dopo pochi mesi, iniziò anche la trasmissione dei lavori del Senato. La ritrasmissione dei programmi romani avveniva attraverso il doppino telefonico dell’allora Società Impianti Telefonici (SIP) attraverso un sistema tecnologico originale (progettato e realizzato dai tecnici dell’emittente), denominato “Telepan”, e quindi rigorosamente in diretta (ma in assenza di ponti radio via etere), senza, curiosamente, dare impulso ad iniziative della magistratura che invece si era interessata soprattutto alla vicenda in ambito televisivo, come si è ampiamente trattato nel capitolo precedente. Anche Carlo Caracciolo, editore de L’Espresso e Repubblica, guardava con vivo interesse alla possibilità di acquistare emittenti radiofoniche su piazze strategiche a livello socio-politico-economico, come testimoniava la dichiarazione resa alla rivista Millecanali nel 1980 di avere allo studio “L’apertura di due grosse radio pilota a Milano e Roma che dovrebbero avere un palinsesto molto articolato ed una programmazione completa”. Nei primi anni ’80 in Italia, a parte le reti interconnesse Radio Radicale, Radio Monte Carlo e Radio Studio 105, operavano, in maniera stabile, sostanzialmente due syndicator su scala nazionale, la cui genesi, peraltro era la stessa, trattandosi rispettivamente di uno dei produttori romani dei programmi e dell’affiliato milanese del già citato consorzio Radio Luna: Tirradio e TIR (Top Italia Radio). Il successo editoriale e commerciale di tali iniziative, rispettivamente romana e milanese, basate sulla produzione remota di programmi da ritrasmettere in differita su cassette preregistrate e recapitate a mezzo posta, non fu, in verità, clamoroso: la causa di ciò va probabilmente ricercata nelle difficoltà d’attecchimento nel pubblico di programmi trasmessi in differita, che forzatamente subivano un’intollerabile stagionatura (almeno per le assodate dinamiche del medium radiofonico) tra produzione, consegna e messa in onda, impedendo così di sfruttare appieno proprio quelle peculiarità che avevano reso innovative le radio libere rispetto alla rete pubblica: telefonate in diretta e quindi feed-back immediato con gli ascoltatori ed informazione tempestiva. (M.L per NL)
 
07/03/2010 10:12
 
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