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Tv locali. Strutture sovradimensionate per ottenimento contributi collassano davanti cambiamento regole mercato

"Il  23  dicembre,  il  "regalo"  dell'editore   di   Trentino Tv   Graziano   Angeli   di   voler   licenziare   3 giornalisti. L'annuncio durante l'incontro con Sindacato Giornalisti del Trentino Alto Adige e Fistel-CISL".
Così una nota della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI) sulla notizia del dimezzamento dell'organico dell'emittente trentina per la riduzione (di 337.029 euro) dei contributi ricevuti dalla Provincia di Trento nel 2016. "FNSI e Sindacato   Giornalisti del Trentino Alto Adige sottolineano l'incongruenza della decisione - spiega il comunicato - Ritengono infine che anche la legge provinciale di Trento sull'editoria del 7/12/2016, che prevede provvidenze a chi promuove l'informazione locale salvaguardando i livelli occupazionali, debba armonizzarsi con la legge nazionale, i cui decreti attuativi sono in approvazione dal dipartimento dell'editoria". In realtà, la vicenda di Trentino Tv è solo una delle tante che riguardano gli organi d'informazione della carta stampata e della tv (locale) figli del periodo delle vacche grasse. In tempi non sospetti (oltre dieci anni fa), su queste pagine, scrivevamo come il denaro pubblico pesasse ormai troppo sui bilanci delle società editrici, al punto di - da una parte - disincentivare la coltivazione della mission iniziale delle tv libere, cioè un autofinanziamento commerciale che le rendesse indipendenti dai carrozzoni politici e - dall'altra - da costituire un cordone ombelicale pericolosissimo, perché collegato a risorse (pubbliche) sulle quali (a differenza di quelle del mercato) i beneficiari non avevano nessuna possibilità di controllo o incidenza. A nulla sono valsi gli avvertimenti costantemente formulati a riguardo del fatto che i segnali mostravano chiaramente che, negli anni a venire, i rubinetti delle casse pubbliche si sarebbero progressivamente chiusi per mancanza di risorse e per inevitabile polverizzazione della platea d'interessati (determinata dalla necessità di aprire le porte ai contenuti nativi digitali, cioè periodici online e nuovi fornitori di servizi di media audiovisivi DTT). Scrivevamo che le tv locali, se avessero voluto sopravvivere, avrebbero dovuto reinventarsi, adeguandosi ai tempi, evitando di piangersi addosso, adducendo al web ed allo Stato la causa di mali che in realtà erano da ricondurre esclusivamente all'incapacità di adeguarsi al mutamento tecnologico, politico e sociale. Non è un caso che negli ultimi cinque anni in molte importanti regioni italiane (come Lombardia e Lazio) c'è stato un avvicendamento ai vertici del comparto delle tv locali, con soggetti che, costantemente relegati in aree non significative della graduatorie dei contributi, avevano scalato la classifica di ascolti e presenza concreta sul territorio dopo aver, per forza di cose, concentrato la propria attenzione sul rafforzamento dell'area commerciale, inventandosi palinsesti dinamici, moderni, economici ma d'appeal, sulla falsariga del content providing web e soluzioni di marketing aggressive ma redditizie. Viceversa, gran parte dei carrozzoni regionali sovradimensionati per esigenze di requisiti per l'accesso alle graduatorie si sono schiantati nel rapporto costi fissi (dipendenti) ricavi variabili (contributi, televendite, spot). Nondimeno, chi dice che il comparto delle tv locali è finito, sbaglia. Ad essere conclusa è solo l'era dell'informazione garantita dai soldi pubblici. Del resto, vale anche qui la legge di Antoine-Laurent de Lavoisier: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. (M.L. per NL)
05/01/2017 14:32
 
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