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Tv locali. Tagli spending review e incertezza su frequenze aggravano difficoltà economiche. Resistono meglio emittenti radicate nel territorio
Le televisioni private locali sono in grande difficoltà, soprattutto quelle più strutturate e a carattere regionale, che producono programmi di attualità, informazione e cultura con i loro giornalisti e tecnici.
Il passaggio delle regioni dal segnale analogico a quello digitale, iniziato in Sardegna nel 2008 e conclusosi con la Sicilia il 4 luglio scorso, ha comportato per le imprese televisive locali investimenti tecnologici per circa 800 milioni, che per ora non producono ritorni, complice la grave crisi economica generale, che ha generato una continua corsa al ribasso delle tariffe pubblicitarie e il crollo dei fatturati. Mentre i costi di produzione sono aumentati del 25% rispetto al 2008, i ricavi si sono dimezzati (572 milioni nel 2010, secondo uno studio economico curato da Frt). Per di più, la legge sulla spending review ha imposto (articolo 7, comma n) un taglio di 20 milioni per il 2013 (e di 30 milioni per il 2014) ai contributi al comparto previsti dalla legge 448/98, mentre per la terza fase della revisione di spesa è stato già prospettato che tali contributi possano venire del tutto soppressi. Intanto in otto regioni (Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige, Lazio e Campania) le emittenti televisive locali sono chiamate a liberare presto le frequenze della banda 790-862 MHz, corrispondenti ai canali Uhf dal 61 al 69, che -concesse in uso "provvisorio" prima della fine del 2010 - sono state destinate (con la legge 220 del 13 dicembre 2010) ai servizi di telefonia mobile in larga banda e dovranno essere effettivamente disponibili dal primo gennaio 2013 per le compagnie telefoniche, che se le sono aggiudicate nell'asta del settembre 2011. Invece i 400 milioni previsti inizialmente come (parziale) indennizzo complessivo per gli investimenti effettuati dalle emittenti televisive che dovranno liberare le frequenze sono stati ridotti a 170 milioni, su cui le imprese dovranno anche pagare le tasse. Il 7 agosto scorso il ministero dello Sviluppo economico ha pubblicato le graduatorie regionali (previste dall'articolo 2, comma 4 del Dm 23 gennaio 2012) degli operatori di rete che si sono resi disponibili a dismettere frequenze della banda 790-862 MHz in cambio di un indennizzo. Per i canali ancora mancanti all'appello dovrebbe venire indetta dal ministero, a settembre, una nuova gara per l'assegnazione di frequenze alternative alle emittenti televisive coinvolte. Considerato che altre dodici frequenze della banda 700 Mhz (dal canale 49 al canale 60 della banda Uhf) sono state destinate, in sede internazionale, ai servizi di telefonia mobile in banda larga a partire dal 2015, le associazioni di categoria temono che il bando di gara sottrarrà ulteriori frequenze all'emittenza televisiva locale. Maurizio Giunco, presidente dell'Associazione tv locali della Frt (che rappresenta 130 emittenti televisive locali, oltre alle tv nazionali dei gruppi Mediaset e Telecom Italia Media, sei radio nazionali e 180 radio locali) lamenta la mancanza di confronto con il ministero e vede nell'intera vicenda un disegno strategico teso a risolvere il problema del sovraffollamento dell'etere attraverso la chiusura di un gran numero di emittenti, non più in grado di sostenersi. «In tutto in Italia ci sono circa 450 televisioni locali, comprese quelle non commerciali - sottolinea Giunco -: un numero abnorme per la sostenibilità finanziaria sul territorio, ma quelle strutturate, iscritte ad Auditel, sono circa 120. In vista del passaggio dall'analogico al digitale si sarebbe dovuto procedere a una regolamentazione che garantisse il pluralismo, ma anche la sussistenza, attraverso un'attenta analisi del mercato e un successivo bando di gara. Così non è stato. Il digitale - prosegue - ha moltiplicato la possibilità di trasmissione del segnale televisivo e il problema economico si è ingigantito, in un periodo di forte crisi. Il 95% della pubblicità è raccolta da Rai, Mediaset e Sky, con tariffe molto vicine a quelle di una televisione locale. Questo distrugge la possibilità di ricavi per le televisioni locali». Intanto, da mesi si susseguono le ristrutturazioni aziendali, con pesanti riflessi sull'occupazione. «A fine anno i 5.500 dipendenti del comparto saranno diventati 2mila», prevede Giunco.  Alle difficoltà del mercato pubblicitario si sommano la concorrenza delle nuove piattaforme tecnologiche e il credit crunch che ostacola il reperimento di risorse per gli investimenti. Negativo anche il taglio dei contributi statali. «Per il 2013 quelli alle tv locali ammonteranno a 83 milioni» calcola Marco Rossignoli, coordinatore del consorzio Aeranti-Corallo, che rappresenta 899 imprese del settore radiotelevisivo, di cui 293 emittenti televisive locali, per un totale di oltre 6mila lavoratori dipendenti e 10mila collaboratori. «Gli switch off degli ultimi mesi - ricorda Rossignoli - sono stati particolarmente disagiati: le comunicazioni delle frequenze sono state fatte nel migliore dei casi alla vigilia, con enormi danni agli operatori. Ma occorre guardare avanti e trovare un modello di business sostenibile: la tenuta delle emittenti provinciali o molto radicate nel proprio territorio mostra una via possibile. Peccato - conclude Rossignoli - che non ci sia stata un'azione di governo tesa ad aiutare la ripresa del mercato pubblicitario, per esempio con contributi alle imprese che investono in pubblicità, e che non si siano favorite reti integrate tra vari soggetti, ma sarebbero servite modifiche normative. Il problema vero è il continuo cambiamento delle regole, che genera una situazione d'incertezza permanente, impedendo programmazione e scelte aziendali a medio e lungo termine». (di Barbara Bisazza - Il Sole 24 Ore 20/8/2012)
21/08/2012 07:40
 
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