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Tv. Vivendi: utile in calo e indagine per aggiotaggio su operazione Mediaset

Periodo nero per la media company francese Vivendi, sia dal punto di vista economico che da quello legale: il bilancio dello scorso anno non è andato affatto bene e, all’orizzonte, si profila la spinosa questione giuridica legata all’affaire Mediaset.
Lo scorso giovedì, la società ha reso noto il bilancio 2016 e i dati che emergono non sono positivi: Vivendi chiude con un utile netto pari a 1,256 mld di euro (registrando un calo del 35% rispetto al 2015), ricavi stabili pari a 10,819 mld (+0,5%) sui quali ha però gravato una flessione, in termini di fatturato, della pay-tv Canal+ pari al 4,2% (l’anno scorso la pay-tv ha registrato ben 400 mln di euro di perdita contro i 260 mln del 2015). Inoltre, venerdì proseguirà la grana legale dei francesi: infatti, oltre al presidente del consiglio di sorveglianza Vincent Bolloré, la procura di Milano ha deciso di iscrivere nel registro degli indagati, con l’accusa di aggiotaggio, anche il Presidente del consiglio direttivo del gruppo, Arnaud de Puyfontaine. Due notizie, una dietro l’altra, costate a Vivendi una discesa in termini di valore dei titoli azionari del 3,9%, con un prezzo poco sopra i 16 euro per azione. L’accusa è legata alla scalata in Mediaset operata dai francesi negli scorsi mesi: il fatto di aver disdetto l’accordo di acquisto della pay tv Premium lo scorso luglio 2016 (con cui si prevedeva uno scambio azionario tra le due società coinvolte del 3,5%), avrebbe comportato delle condizioni favorevoli per la discesa del valore del titolo della tv italiana, per permettere poi al gruppo francese di iniziare la sua scalata al Biscione con un prezzo di sconto, spianandogli la strada per l’acquisto delle quote della controparte pari al 28,8%; questa, almeno, è la tesi del gruppo Fininvest e ovviamente dello stesso Berlusconi senior che il 22 dicembre scorso si è espresso in questi termini: “Ci hanno fatto un ricatto, un’estorsione: di fronte a questa scalata ostile pensiamo di resistere, e crediamo che la magistratura debba dare seguito alla nostre cause, i giudici devono darci ragione”. Secondo Vivendi, questa ipotesi presentata con un esposto da Pasquale Straziota (capo ufficio legale del Biscione) è infondata per via del fatto che il rifiuto di adempiere all’accordo di aprile, sarebbe stato dovuto ad una mancanza di correttezza da parte del Biscione; non è ovviamente d’accordo il legale della tv italiana Niccolò Ghedini, secondo cui l’esposto porrebbe l’attenzione “solo ed esclusivamente su dati oggettivi e documentali di quanto accaduto prima, durante e dopo il contratto per la cessione di Premium”. Tuttavia, sembra che Vivendi non sia intenzionata a mollare la presa: “noi avevamo intenzione di trovare un accordo con Mediaset e intendiamo ancora trovarlo”, afferma Puyfontaine dichiarando che il gruppo francese potrebbe perfino rendersi disponibile a rimanere azionista di minoranza e che il vero nocciolo della questione “è dare luogo ad un partenariato costruttivo”. Nessuna apertura da parte del gruppo Berlusconi, però, per il quale sembra che l’unico modo per scendere a patti sia rispettare le regole del famoso contratto stipulato lo scorso aprile per la cessione della pay-tv Premium e poi mandato a monte. Continuano intanto anche le verifiche dell’Agcom (il cui procedimento è stato avviato con la Delibera 654/16/CONS in data 20/12/2016) in merito alla faccenda e mirate a constatare se siano state violate le regole del Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici; secondo queste, infatti, “le imprese, anche attraverso società controllate o collegate, i cui ricavi nel settore delle comunicazioni elettroniche, come definito ai sensi dell'articolo 18 del decreto legislativo 1° agosto 2003, n. 259, sono superiori al 40 per cento dei ricavi complessivi di quel settore, non possono conseguire nel sistema integrato delle comunicazioni ricavi superiori al 10 per cento del sistema medesimo”. Essendo Vivendi già titolare di una partecipazione pari al 23,915% di Telecom Italia, la questione è se il suo ingresso in Mediaset violi le disposizioni vigenti in materia di pluralismo dell’informazione. Nel frattempo sembra si avvicini sempre di più l’eventuale minaccia di un’OPA totalitaria (Offerta Pubblica di Acquisto) da parte della società d’oltralpe, che sarebbe obbligatoria qualora il gruppo francese arrivasse a detenere una percentuale di partecipazione di Mediaset superiore al 30% e per la quale l’Agcom si è già espressa in precedenza contraria per via della questione di Telecom. (L.M. per NL)
28/02/2017 09:39
 
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