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Digitale terrestre: migra il Trentino Alto Adige, mentre in Piemonte si fa ancora la conta dei morti e dei feriti
Gli scongiuri li hanno fatti tutti (soprattutto in Viale America a Roma). Si spera che in Trentino Alto Adige, area tecnica chiamata allo switch-off dal 15 al 27 ottobre, le cose non vadano come nel Piemonte occidentale, dove tutto – a detta dell’entourage di Paolo Romani (che già ieri ha dovuto smentire Dgtvi...) – doveva essere rose e fiori.
E invece ci sono aree metropolitane (e parliamo di Torino!) ancora oscurate di una serie di programmi precedentemente ricevibili in analogico (cosicché, allo stato, il DTT è un sottrattore di canali, anziché lo strombazzato moltiplicatore di pluralismo). All’Ispettorato territoriale del MSE-Com – organo incolpevole della vicenda, avendo subito, come tutti, la gravissima sottovalutazione romana degli impianti ex art. 30 D. Lgs 177/2005 – stanno correndo come dei forsennati per consentire la riattivazione dei piccoli diffusori delle comunità montane e dei comuni divenuti (roba da non credere…) fuorilegge il giorno dello switch-off senza che nessuno, nonostante gli allarmi,  avesse pensato di recuperarli con il rilascio di una semplicissima autorizzazione all’impiego in tecnica digitale. Di tempo, per parare il colpo, ce n’era stato a sufficienza (per esempio, su queste pagine se ne parlava dal marzo di quest’anno!), quindi le scuse stanno a zero e qualcuno dovrà probabilmente renderne conto, quantomeno agli utenti RAI, che pagano un già contestato canone. I cittadini, poi, sono infuriati con le istituzioni, centrali e locali, per lo scarsissimo supporto fornito e gli unici che si fregano le mani sembrano essere gli antennisti, che pure – nonostante i buoni affari – riconoscono l’enorme superficialità con cui è stata gestita la vicenda. Qualche sfrigolio di mani, per la verità, si registra nelle vicinanze dei venditori di decoder sat; ma questo è un altro discorso che presto approfondiremo. Sul fronte delle tv locali il piagnisteo continua ed è pari solo al malumore verso il governo e le associazioni di categoria (ritenute colpevoli di aver preso sottogamba tutta la questione del DTT dai suoi esordi, a tutto vantaggio degli operatori nazionali). A quanto risulta a questo periodico, numerosi sarebbero gli inserzionisti che hanno già sospeso o sensibilmente ridotto la programmazione degli spot o delle televendite sulle tv regionali, in attesa che il digitale si assesti e siano disponibili dati d’ascolto attendibili post switch-off. Così il portafoglio degli editori (oops, operatori di rete…) già provato dalla crisi economico-finanziaria e dagli investimenti per adeguarsi al digitale è ulteriormente alleggerito. E sopra tutto ciò, ci mettiamo la confusione dettata dalle numerazioni LCN conflittuali, che rendono più complessa la programmazione dei decoder, innervosiscono l’utente e stravolgono abitudini consolidate, e la tecnologia SFN (single frequency network), che era stata venduta dai superpianificatori di Agcom come la panacea di tutti i mali dell’etere televisivo italiano, ma che, alla prova dei fatti, sta rivelando tutta la sua gracilità tecnica.
14/10/2009 19:36
 

Era ora che qualcuno lo scrivesse!

Ma possibile che fino ad ora nessuno aveva aperto gli occhi sulla raccolta pubblicitaria in tempo di switch-off? Ma le emittenti locali hanno tutte la museruola? Possibile che nessuno avesse il coraggio di denunciare che il passaggio al digitale avrebbe azzerato o quasi, almeno nell'immediato, la raccolta publicitaria? Quali mai sarebbero stati i clienti disposti a spendere i soldi in una televisione che partiva da zero? Non ci voleva un genio ad arrivarci, con tutto il rispetto verso il vostro giornale, che comunque è l'unico che ha alzato il coperchio della pentola sul fallimento del digitale, almeno per quanto riguarda i piccoli editori. Comunque, il motivo del silenzio, visto che nessuno ha il coraggio di dirlo, ve lo spiego io: le emittenti locali sono state abbindolate anni fa in maniera irreversibile attraverso lo strumento dei contributi. Prima esse vivevano solo delle loro risorse, ma almeno potevano gestirsi i flussi. Oggi molte di esse, per non dire quasi tutte, vivono praticamente solo grazie ai contributi statali. Come è possibile, quindi, non dico azzannare, ma anche solo minacciare la mano che mette il cibo nella ciotola? Le le televisioni locali oggi fossero state sovvenzionate solo dalla pubblicità, come è per le nazionali, non si troverebbero in questa situazione paradossale, dove vengono mantenute in vita col respiratore senza poter proferire verbo contro un governo che ha deciso di provocarne l'eutanasia. E allora avrebbero potuto reagire contro l'applicazione di una tecnologia (non la tecnologia in sé) che le stritolerà.
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