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DTT: assestamenti e tendenze in vista del nuovo equilibrio della tv nazionale e locale
 
Periodo movimentato per il comparto televisivo nazionale di secondo livello e per quello locale. Il primo pare particolarmente indaffarato nel disimpegnarsi, stanti i chiari di luna connessi soprattutto all’evoluzione tecnologica, che ridisegnerà le proporzioni di mercato a favore dei superplayer.
Il secondo è preso in attività di ristrutturazioni aziendali volte a scomporre giuridicamente e sostanzialmente il ruolo di network provider da quello di fornitore di servizi di media audiovisivi. Il perché di entrambe le tendenze è abbastanza comprensibile per gli addetti. Con il decreto Milleproroghe è stato sancito lo slittamento del formato DVB-T2 quale standard obbligatorio per i ricevitori terrestri DTT, garantendone l’adeguamento automatico all’evoluzione tecnologica. In particolare la norma prevede che dal 1° luglio 2016 (01/01/2017 per la vendita al dettaglio) gli apparecchi di ricezione dei servizi radiotelevisivi venduti dai costruttori ai distributori al dettaglio debbano integrare un sintonizzatore di seconda generazione con le codifiche approvate dall'Unione Internazionale delle Comunicazioni. Con l’avvento del DVB-T2 la capacità trasmissiva disponibile si moltiplicherà e con essa la competizione basata sulla progressiva diminuzione dei canoni di trasporto. Tramontata infatti l’ipotesi di destinare la sopravvenuta disponibilità trasmissiva ai canali HD, posta per l'utenza la quasi impercettibile differenza con i programmi SD, la maggior capienza sarà destinata al trasporto di quest’ultimi. Veicolare un prodotto nazionale costerà quindi molto meno di oggi, a fronte di un costante innalzamento dei costi di allestimento e di gestione dell’infrastruttura tecnica (si pensi solo agli oneri di adeguamento degli apparati esistenti al T2 ed alle norme nazionali, regionali e locali sempre più stringenti per l’esercizio di impianti di telecomunicazioni). In condizione di vantaggio saranno poi quei soggetti che hanno disponibilità diretta o indiretta delle postazioni trasmittenti (RAI e Mediaset); posizione strategica che di fatto comporta un fee d’ingresso per nuovi entranti o player minori. Questo spiega, da una parte, la determinazione di Telecom/L’Espresso di collocare rapidamente sul mercato Persidera (l’operatore di rete frutto dell’integrazione dei mux nazionali di TIMB e Rete A) e il fallimento dell’asta per l’assegnazione dei canali del dividendo interno, cui ha partecipato solo Cairo, aggiudicandosi il miglior lotto ad un prezzo pari ad un quarto del valore di una rete nazionale analogica di non eccelsa consistenza all’inizio del millennio; dall'altra, il progressivo presidio di grandi gruppi esteri sul fronte dei contenuti nazionali. Sul fronte degli operatori locali, vaporizzata per i motivi anzidetti l’ipotesi di poter competere con i nazionali nella collocazione di banda sull’intera penisola in forma aggregata - già ora le migliori offerte delle locali integrate sono superiori a quelle dei network provider nazionali più aggressivi -, la tendenza è quella di razionalizzare la struttura aziendale separando societariamente l’attività di operatore di rete da quella di content provider. Dopo il risveglio dalla folle euforia dell’avvento del DTT, quando gli incantatori di imbesuiti serpenti inneggiavano ad un improbabile eldorado per venditori di capacità trasmissiva (quello che sta succedendo oggi, lo scrivevamo già quattro anni fa), ci si è infatti resi conto che il core business (anche se più core che business) è costituito dall’attività di fornitura di contenuti (però di spessore: informazione e sport locale), l’unica ad avere ancora una richiesta significativa da parte del pubblico e in grado di integrarsi con il web, senza entrare in contrasto o competizione con esso, come invece accade per l’attività di network providing. Finito il momento del piede in due scarpe, chi vuol sopravvivere deve decidere da che parte stare. Così non pochi operatori di rete, quando non puntano alle ultime finestre temporali per concludere rottamazioni frequenziali economicamente sempre meno capienti, stanno negoziando l’alienazione dell’infrastruttura diffusiva con relativi diritti d’uso delle frequenze a solidi network provider (che così diverrebbero ancora più solidi) che garantirebbero loro il trasporto a canoni compensati per diversi anni, azzerando costi significativi (che lo diverranno ancora di più coi nuovi canoni per l'utilizzo delle frequenze), consentendo la concentrazione dell’attenzione di testa e borsellino sull’attività di fornitura di contenuti da parte di content provider puri dotati di maggior robustezza economico-finanziaria (che così diventerebbero ancora più robusti). Insomma, con quindici anni di colpevole e inutilmente dispendioso ritardo, il settore si conformerà al quadro disegnato a fine anni ’90, quando si ipotizzava un futuro costituito nei diversi ambiti nazionale e locale da pochi e grandi trasportatori di contenuti (di rilievo) tendenzialmente neutrali rispetto agli stessi. (M.L. per NL)
20/02/2015 10:04
 
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